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Di abiti da sposa, di atelier sacri, di condivisioni e di app che ci facilitano la vita (armadi compresi)

Sono sempre alla ricerca di nuove tendenze quando si parla di matrimonio e, ovviamente, di abiti da sposa. Ne ho scoperta una di recente – anche se esiste da tanto tempo – che ha però un sapore particolare, che non si lascia influenzare dalle mode passeggere e che non solo sa di buono ma è capace di rendere infinita una cosa che, proprio per sua natura, dovrebbe terminare una volta indossata.

Di cosa sto parlando? Del riuso del vestito da sposa. Mi spiego meglio: esiste un luogo sacro, il Monastero di Santa Rita, a Cascia, dove chi si è già sposato, invece di conservare il proprio abito in cantina o negli anfratti più bui di un armadio imbottito di naftalina, decide di donarlo. Sceglie, dunque, di far rivivere il proprio vestito rendendo felice una futura sposa meno fortunata. Ho sempre pensato che le cose, a maggior ragione se sono intrise di felicità e di un profumo gentile, vadano condivise. Se il nostro mantra è share is the love, non può che sembrarci un gesto completamente naturale decidere, una volta indossato, di regalare l’abito che ci ha viste protagoniste di uno dei momenti decisivi della nostra vita. E lasciare andare via qualcosa di così prezioso non lascerà un vuoto ma riempirà cuori e speranze di chi decide di sposarsi e un abito di sartoria non può proprio permetterselo.

Un luogo dove ci si priva di qualcosa – che tra l’altro non si userà più – per cederla a un’altra “sorella”, come se si passasse un testimone di gioia. Ecco, io il Monastero che ospita questo atelier così particolare, lo vedo proprio così.

Se io potessi tornare indietro, non avrei dubbi, e dopo averlo fatto ripulire in tintoria saprei dove spedire l’abito che mi ha visto sorridente come forse non lo sono mai stata, quel 15 giugno di quasi nove anni fa.

Dico così perché il mio, di abito, mi è stato rubato, forse nella maniera più ingenua possibile: un annuncio proveniente dagli Stati Uniti di una ragazza – Jessica – che chiedeva in prestito un abito da sposa per il suo matrimonio. Nessun supporto da parte dei suoi genitori adottivi, una vita di risparmi per poter dare l’anticipo per la casa e nessun soldo per lei, per l’abito da sposa.

Ed ecco che in quel momento in cui mi sono sentita così fortunata, seduta sul divano, con una tisana calda e il mio tablet, ho contattato Jessica e le ho spedito il mio abito.

Peccato, però, che io non abbia saputo più nulla né di lei, né del suo matrimonio e, a questo punto, non so neanche se tutta la sua lacrimevole storia fosse vera o meno.

Ecco, perché, a saperlo prima, avrei voluto dare in mani sicure una cosa per me così importante.

Quindi io mi rivolgo a voi, che siete su questo blog per sognare un po’, magari cercando ispirazioni sull’abito: piuttosto che lasciarlo ingiallire, perché non mantenerlo sempre vivo e darlo alle suore di Santa Rita?

Io, al fatto di liberarmi delle cose che non uso più, ci sto pensando da tempo. In fondo, di quante cose abbiamo veramente bisogno? A che serve tenere un abito o un accessorio che non abbiamo indossato per tre stagioni di fila?

Una volta una mia cara amica mi disse “ l’uomo che sposerò sarà stato lo scarto di qualcun’altra”. Può sembrare un po’ forte come frase (anche se la mia amica era soprattutto ironica..), ma mi fece pensare: una cosa che non è perfetta per noi, può essere l’ideale per un’altra. Ed è questo quello che penso ogni volta che apro il mio armadio, quando cerco di non sentirmi troppo in colpa quando vedo pantaloni comprati di una taglia più piccola perché “un giorno dimagrirò” e hanno ancora il cartellino attaccato.

Ci sono gli swap party, direte voi, occasioni nate proprio per scambiarsi “gli scarti ideali di qualcun’altra” , per poter dare miglior vita a vestiti, scarpe, accessori che non ci appartengono più, anche se riempiono le nostre case che ci sembrano sempre più piccole.

Per quanto mi riguarda, parteciperei con somma gioia a feste del genere e ad alcune sono anche stata invitata. Il mio problema è, tra lavoro e famiglia, il tempo. Su tre raduni, non sono riuscita a partecipare neppure a uno – che poi è lo stesso motivo per cui da un paio di anni a questa parte i miei regali sono acquistati prevalentemente on line.

Peccato non esistano swap party on line – mi sono detta un sacco di volte.

E, anche in questo caso, le mie amiche sagge mi hanno fatto scoprire una app che si chiama proprio Swap party e ambisce a diventare una community di swapper di tutto il mondo.

Un luogo virtuale (e gratuito..) dove pubblicare i propri annunci e “swappare” con gli altri iscritti alla app, ma anche organizzare eventi off line e incontrarsi fisicamente.

Io, che vi devo dire, ho intenzione di scaricarla (per ora è disponibile su App Store per Iphone, Ipad, a partire da IOS 7.1) e provare a cambiare così colore al mio armadio. La prendo come una sfida, come un buon proposito per l’anno a venire.

Più informazioni le potrete trovare sul sito www.swapparty.com e, se vi convince, iniziare a pubblicare i vostri “scarti di qualità”.

Perché forse la chiave della felicità sta tutta lì: nel sapere di cosa si può fare a meno e di apprezzare ancora di più, invece, quelle di non cui non vogliamo liberarci, incominciando – per prima cosa – a non darle mai per scontate.

Chiara Gily

Sono una giornalista pubblicista e mi occupo di matrimoni. Mi piace scoprire location, tendenze, collezioni di abiti da sposa e, poi, poterne raccontare.

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